Ciarlatani, Mafiosi, e la medicina che ammazza il cavallo.


Prima di Pasqua ho partecipato a due incontri con i cittadini. Due dibattiti come i tanti che vengono quotidianamente organizzati da associazioni, partiti, enti e comitati. Uno dedicato alla necessità di legalità negli appalti, l’altro alla vicenda Stamina, quella del ciarlatano che grazie alla sua faccia tosta e alla credulità incolpevole dei malati, ha tenuto in scacco per mesi l’immagine della sanità italiana.

Due fenomeni a cui si continua a rispondere chiedendo maggiori controlli, un inasprimento delle norme, nuove leggi, altri pali e paletti. Richieste che sento da quando sono bambino. Ma da quando sono bambino non ho visto nessun miglioramento. In tutti i campi l’Italia è all’avanguardia nella definizione di norme e protocolli, regole e indirizzi, disposizioni e divieti. E in tutti i campi l’Italia è all’avanguardia, nel mondo occidentale, per corruzione, abusivismo, illegalità amministrativa, delinquenza organizzata. E allora?

Allora è forse venuto il momento di domandarsi se la medicina che stiamo utilizzando da anni, e di cui chiediamo continuamente di aumentare le dosi, non solo non sia efficace ma se non stia addirittura uccidendo il cavallo. Chiedersi cioè se non sia il caso di ridurre controlli, verifiche, lacci e lacciuoli che condizionano qualsiasi attività che si desideri sviluppare in questo paese. Il vero problema è che le stesse difficoltà che penalizzano la volontà di intraprendere degli onesti facilitano chi delle regole se ne fa un baffo, garantendogli un vantaggio concorrenziale incalcolabile.

Se lungo un viale aggiungiamo ogni giorno un semaforo prolungheremo sicuramente il tempo di percorrenza del ligio conducente ma allo stesso tempo aumenteremo il suo distacco da chi passa impunemente con il rosso. Perché chi si disinteressa di un semaforo non ha problemi a non rispettarne dieci. E se mettiamo un vigile a ogni incrocio il disonesto, sempre che venga sorpreso, non avrà problemi a corromperlo e a farselo amico. La sicurezza di arrivare primo sarà sufficiente a giustificarne anche i costi della corruzione, che aumenteranno fino a che il corrotto non si sarà convinto, moltiplicando esponenzialmente le file dei disonesti.

Ma il paradosso è anche un altro. Il rispetto delle regole, sempre più restrittive, si trasforma in costi che per l’onesto sono spesso proibitivi e che lo mandano fuori mercato. Costi invece che il disonesto, quando decide di svolgere un’attività seguendo le regole, sono assolutamente sostenibili, avendo a disposizione tutta la liquidità derivante dai suoi traffici illeciti. Si tratta di una esigenza di semplificazione che non possiamo più rimandare per permettere alle attività produttive di ripartire e di diminuire lo strato di crisi, povertà e indigenza, che sono il terreno fertile di crescita delle mafie e del sottobosco illegale.

Un’esigenza che nel settore pubblico è poi assolutamente improrogabile. Chi lavora nel pubblico sa che i processi decisionali, gli affidamenti, le procedure sono talmente restrittive che il tempo di evasione di qualsiasi azione è assolutamente biblico e moltiplicato rispetto al settore privato, ma sa anche, e i continui scandali lo dimostrano, che nonostante questo la corruzione e il malaffare non tendono assolutamente a diminuire. E quindi a fronte di una perdita di competitività non è assolutamente garantita la minima legalità. Chi vuole corrompere si mette d’accordo con il corrotto e, come il gatto e la volpe, gabba tranquillamente il povero pinocchio, l’ingenuo cittadino, responsabile magari di qualche veniale bugia, ma sicuramente estraneo alla pratica strutturata e organizzata del malaffare.

Non si tratta chiaramente di eliminare norme e recinti, paletti e controlli. Si tratta però di chiedersi se sia vincente la strada del loro continuo inasprimento rispetto invece a una efficace semplificazione. Una strada che spesso chiedono le forze e le persone “di sinistra”, ingenuamente convinte che i paletti blocchino le diseguaglianze e lo sfruttamento da parte di chi domina il mercato e le attività economiche. Si pensa di bloccare l’illegalità dandole invece sempre più nutrimento. L’enorme quantità di leggi e leggine, norme e regolamenti sono il sottobosco in cui sguazzano i distinguo, le precisazioni, lo scaricabarile delle responsabilità, per cui, anche quando viene scoperto il malaffare, non si riesce mai a trovare il vero colpevole. Sono anche il sottobosco di cui si alimenta una burocrazia ridondante e inefficiente che spesso si motiva creando dal niente nuovi e diversi ostacoli. La paura del ladro sta dividendo questo paese in una miriade di piccoli recinti, tutti allarmati, in cui ci stiamo richiudendo senza nessuna possibilità di sviluppo.

Spesso le cose potrebbero essere più semplici di quello che sembrano. Prendiamo ad esempio il caso Stamina, che ha interessato magistratura, governo, ministeri, e chi più ne ha più ne metta, senza, per il momento, aver ancora scritto la parola fine a una delle più brutte pagine della cialtroneria pseudo medica italiana.

Ci sarà un processo, ci sono degli imputati, ma c’è anche il principale di questi che, tranquillo, tranquillo, si presenta alle elezioni Europee e che, probabilmente, troverà anche chi lo voterà. La senatrice a vita Cattaneo, che ha seguito da scienziata tutta la vicenda, ci raccontava che i medici hanno somministrato ai pazienti un prodotto, di cui non conoscevano la formula o il contenuto perché tenuto volutamente segreto. Gli veniva passato dai “non medici” di Stamina che non erano autorizzati a iniettarlo . Ebbene, una norma del codice deontologica dei medici, l’art. 13, stabilisce che il terapeuta non può somministrare in nessun modo ai pazienti prodotti di cui non conosce contenuto, effetti, controindicazioni. Sarebbe bastato fermarsi qui. Radiare questi medici, licenziarli dai loro ospedali, dare un esempio fattivo di applicazione semplice e rapida della legge, per bloccare un processo che invece andrà sicuramente per le lunghe.

Pochi principi, pochi controlli. Molte certezze. Incisive, serie, senza se e senza ma. Un grande architetto diceva: “Less is more”. Un insegnamento disatteso non solo in architettura ma soprattutto nelle pratiche di governo che non sembrano avere, neanche a livello locale, l’intenzione di semplificare e snellire la macchina burocratica.

 

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