Libri o non libri. That is the question.


Se sia meglio per l’anima… portarsi in giro un libro da nove  etti  o disporre di tutta la propria biblioteca in un semplice Kindle.

O, meglio ancora: è più di sinistra far  pagare dodici euro un libro o nove euro un e-book ?

Le librerie milanesi (e non solo) sono in crisi.

Articoli lacrimevoli, intellettuali sconsolati per la morte della cultura, peana di scrittori orfani e artisti diseredati.

Tutti  a piangere la lenta agonia delle cattedrali della carta salvo poi guardarsi bene dal mettere mano al portafoglio per soccorrere i disperati librai che, secondo loro, solo per passione, diletto e piacere, hanno dispensato negli anni cultura a piene mani.

Solo il Comune, con delibere e azioni mirate, cerca di correre ai ripari. La giunta, ma soprattutto gli Assessori al Commercio e alla Cultura, stanno facendo di tutto per facilitare la vita ad alcuni librai in evidente e inarrestabile crisi, ma sempre con interventi indirizzati a singoli casi e non all’intero settore.

Mentre Scognamiglio chiude la storica libreria antiquaria di via  Rovello, Hoepli mette in cassa integrazione sessanta dipendenti, Utopia si sposta in periferia,  le sedi  Rizzoli, Feltrinelli , Bocca e il negozio della  Tipografia dello Stato beneficiano di un affitto di favore per poter rimanere e sopravvivere in Galleria Vittorio Emanuele, e un gruppo di piccoli commercianti  riuniti in Associazione sotto la romantica definizione di  Associazione delle librerie indipendenti milanesi ( indipendenti da chi?) si vedono promettere dai vari Assessorati la disponibilità di locali di proprietà comunale a prezzi fortemente calmierati.

Ma siamo sicuri che questa sia la strada giusta?

Siamo sicuri che:

1 sia utile investire in settori  non più produttivi e che non lo saranno più in futuro tralasciando di incentivare  attività  che caratterizzeranno la vita dei nostri figli e nipoti?

2 sia equo discriminare  tra le attività che si ritengono culturali e quelle che  invece si pensa non lo siano, secondo parametri soggettivi e legati al nostro passato,  penalizzando le seconde, additate come esclusivamente commerciali e quindi non meritevoli di attenzione?

3 sia giusto privilegiare alcuni soggetti rispetto ad altri con interventi  “ad personam”  rispetto a quelli a favore di  tutto il settore a cui appartengono ?

4 non sia meglio ricavare il maggior reddito possibile dai gioielli di famiglia per destinarlo al welfare sociale  o a favore di interi settori economici invece che svenderlo per tamponare situazioni contingenti?

Riguardo al primo punto è inconfutabile che i maggiori risultati per la collettività si ottengano investendo negli ambiti  trainanti e promettenti delle nostre economie.

Solo da questi infatti  potranno arrivare le risorse con cui alimentare anche le attività a redditività negative ma necessarie e indispensabili per una equilibrata convivenza sociale.

Nello specifico dobbiamo chiederci se abbia senso sovvenzionare le piccole librerie quando sappiamo tutti  che nei prossimi anni la digitalizzazione dell’editoria e la necessità di concentrazione degli investimenti  e dei costi ne determineranno  una progressiva scomparsa.

Non siamo di fronte ad un inutile accanimento terapeutico?

Passiamo al secondo punto. Non si tratta di un conservatorismo un po’ snob  continuare a pensare che ci siano delle  attività “più culturali” rispetto ad  altre, stilando una classifica di meriti  assolutamente soggettiva e legata al passato, negando il ruolo divulgativo e democratico, fortemente democratico, che le nuove tecnologie possono svolgere?

Siamo veramente convinti che vendere un libro sia più “culturale” che offrire un computer, che l’informatizzazione sia nemica del pensiero e della speculazione intellettuale, e che se non si respira l’odore della carta i fratelli Karamazov non saranno la stessa cosa?

Pensiamo veramente che  “Leggere significa toccare un oggetto che può avere valore maggiore del suo contenuto”, per dirla con Umberto Eco, e che questo aiuti la diffusione e crescita culturale?

Ma non è mostruoso che per difendere l’ ultimo baluardo si arrivi  addirittura a patrocinare libri il cui contenuto è di valore inferiore al contenitore, anteponendo la forma alla sostanza, la presentazione del pensiero al pensiero stesso?

Ammesso e non concesso che la difesa della nostra cultura passi attraverso il sostegno alle librerie, perché alcune e non altre? Perché non tutte senza discriminazione?

Perché salvare la Libreria Bocca e non la Scognamiglio, aiutare Rizzoli e non Utopia, tenere aperta la Tipografia dello Stato che ormai vende oggetti di fatuo collezionismo e non il mitico negozio di Gadget degli anni 80’?

Perché quanto è stato dato ad alcuni non viene diluito su tutti gli operatori della cultura editoriale?

Cosa unisce, se non la toponomastica, Rizzoli e la libreria Bocca? E cosa cambierebbe a Bocca se fosse in via Torino invece che in galleria, data la forte e singolare specializzazione del suo prodotto?

Il quarto quesito può aiutarci a chiudere il cerchio.

Non sarebbe stato meglio affittare i locali della galleria ai signori della moda che erano disposti a pagarli a peso d’oro,  quelli che quando fa comodo sono il fiore all’occhiello di Milano, per poi ridistribuire quanto incassato a tutta  la città  sotto  forma di servizi e riduzione di costi per i cittadini

Il denaro perso con lo sconto alle librerie della Galleria rimarrà in tasca  a chi era disposto a versarlo nelle casse del Comune,  le  librerie elette  non produrranno un maggiore reddito e non  venderanno un libro in più,  e anche i cittadini rimarranno a bocca asciutta e quindi non avranno  un solo euro in eccesso  per comprare un romanzo o un saggio in edizione economica.

E anche se avessimo voluto indirizzare i proventi degli affitti in un’unica direzione non era forse meglio mettere a “reddito culturale” il vil denaro di Calzedonia & Co aiutando tutte le librerie di Milano con una riduzione dei balzelli e tasse, da quelle  per le insegne alla Tarsu, dall’Imu alla Cosap e così via, riducendo i costi di tutti gli operatori?

Una proposta  che invece , giustamente, sembra in cantiere a favore dei  teatri milanesi per cui si è ipotizzata  una riduzione indifferenziata dell’Imu?

E in ultimo, ma non ultimo, una considerazione  generale tranquillamente applicabile anche  all’offerta culturale.

Quando supereremo l’ atavica avversione ideologica verso le grandi catene commerciali ( esclusa la Coop naturalmente) per correre in soccorso delle pseudo attività “indipendenti”, che non riusciranno mai ad offrire i loro prodotti a prezzi concorrenziali e quindi accessibili a tutti, meno abbienti compresi, rendendo veramente disponibile e democratica la conoscenza culturale?