ARCHITETTURA A MILANO: NON C’È SOLO L’INDICE


Ormai l’architettura è messa all’indice. Non solo a quello della pubblica opinione, che vede gli architetti e le loro opere come una gramigna, ma a uno ben più pericoloso: l’indice fondiario. L’architettura di Milano, non la fanno più gli architetti ma gli urbanisti e gli avvocati. Tutto il dibattito è ormai circoscritto a quanto si può edificare e se lo si può fare senza finire in infiniti contenziosi legali. E quindi la battaglia è tra chi vede nell’edilizia la salvezza dell’economia nazionale (Masseroli & Co.) e quindi vorrebbero indici da cementificazione selvaggia, e chi pensa che la buona architettura sia quella che non si fa e sperano in una sua riduzione ai minimi termini. Nessuno a preoccuparsi di composizione architettonica, di forma, funzione, e della semplice, ma difficilissima, bellezza.

Le città sono fatte di palazzi, edifici, parchi, chioschi, negozi, strade, angoli e prospettive che solo una buona architettura rende piacevoli e caratterizzanti. Parigi (che pur essendo più piccola di Milano ha una densità abitativa quasi triplicata (20.000 abitanti per Kmq contro gli 8.000 di Milano) è comunque bella, nel senso che sono piacevoli le sue strade, le sue case, i suoi palazzi, i suoi angoli e le sue viste.

Una metropoli che ha saputo rinnovarsi grazie a grandi interventi e trasformazioni urbane, con il coraggio di cambiare anche radicalmente, ma che deve il suo fascino soprattutto all’architettura dei piccoli interventi, di quelle normali ma diffuse costruzioni che rendono gradevole passeggiare nelle sue vie e abitarla anche durante il week-end e non solo usarla nei giorni feriali.

Non si costruisce una città vivibile se non si torna a parlare di estetica, ma di quell’estetica che si costruisce giorno per giorno, di quella bellezza che è sommatoria di tanti modi di leggere e vedere il piacere anche nel necessario utilizzo del territorio. Una città che spera nei grandi concorsi, nell’archistar del momento, nel colpo a effetto si perde nelle polemiche e s’imbarbarisce in mano ai grandi immobiliaristi, che non abiteranno mai nei palazzi che promuovono. Zunino non vivrà mai a Santa Giulia, Coppola starà ben lontano da Porta Vittoria, e scommettiamo che Manfredi Catella non andrà a innaffiare il giardino verticale dell’Isola?

Anche per l’architettura si usano gli stessi schemi del gioco del lotto. I progettisti sperano nel concorso che gli cambierà la vita, i politici nel piano che risolleverà le sorti dell’economia cittadina, gli immobiliaristi nell’intervento smisurato per soddisfare la loro voracità. E alla quotidianità, alle abitazioni, ai palazzi, alle vie commerciali, agli angoli di citta che viviamo (e subiamo) ogni giorno, chi ci pensa? Di quell’architettura che, parafrasando Gilles Clément, potremmo definire il “terzo edificato”, nato dalla sottrazione e dal recupero negli spazi lasciati liberi dai grandi operatori cosa ne facciamo? Continuiamo a lasciarla in mano all’improvvisazione?

La legge italiana, come spesso accade, è più avanti degli italiani. Il codice degli appalti ha previsto che ogni ente pubblico e ogni Comune debbano istituire un elenco di professionisti cui affidare direttamente, con una selezione a curriculum, la progettazione degli interventi con parcelle inferiori ai 100.000 Euro. Quest’opportunità, se incentivata, potrebbe essere uno strumento eccezionale per affidare a studi di piccole e medie dimensioni la progettazione di tutti quei piccoli e medi interventi in grado di cambiare, progressivamente e con continuità, l’aspetto di una città.

Uno strumento che consentirebbe anche ai giovani studi, unici detentori della creatività e dell’innovazione, di crescere con progressione, senza sperare nel grande slam del concorso, che, diciamoci per una volta la verità, è sempre appannaggio dei grandi studi o di quelli ricchi e facoltosi.

Se ogni ente, e il Comune in primis, seguissero questa pratica, si potrebbe formare, negli anni, una scuola milanese di progettisti, un patrimonio di professionisti, cui le amministrazioni pubbliche si potrebbero rivolgere per rendere vivibile e piacevole anche Milano. Non serve riaprire il Navigli, sperando in un impossibile ritorno al passato, per rendere accattivante la nostra città. Serve un lavoro continuo, lento ma inesorabile, di miglioramento della necessità di bellezza in ogni angolo e in ogni luogo. Serve che i cittadini milanesi tornino a essere orgogliosi del quartiere in cui abitano, orgogliosi di dire ” quella è la mia casa”, “quella è la mia piazza”, quella la panchina dove mi piace sedermi. E quest’obiettivo non si raggiunge permettendo a Zaha Hadid di condensare migliaia di abitazioni uguali in un ghetto di cemento stranamente articolato. Lo si raggiunge ricreando quella varietà di pensiero e di architettura che caratterizza le città europee.

E l’esempio dovrebbe darlo proprio l’Amministrazione Comunale, dimostrando che il vento potrà raggiungere ogni luogo, non solo le vette più evidenti e sotto gli occhi di tutti. Pubblicizziamo la pratica degli interventi sotto i 100.000 euro e diamo ossigeno al ridisegno di centinaia di piccoli angoli di Milano Questo dovrebbe essere uno degli obiettivi dell’Assessore Lucia Castellano alla quale è affidato il nostro patrimonio pubblico.

Chiamiamo a raccolta i progettisti per rivisitare le case popolari, gli uffici pubblici, le stazioni del metrò, i simboli della Pubblica Amministrazione con una moltitudine di architetture diverse e integrate, che aprano la strada e diano l’esempio al settore privato. Formiamo una squadra di “operatori del progetto”, non solo architetti e ingegneri, e ri-abituiamo i Milanesi a chiedere e parlare di qualità dell’abitare, non solo di metri quadrati.

Pubblicato su ArcipelagoMilano il 14 marzo 2012

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