Franklin e il moltiplicatore sociale


A Benjaminh da Benjamin.

Il primo è il famoso Franklin. Il secondo uno sconosciuto, Mister Webb  che, trovandosi in difficoltà, si rivolse a uno dei padri fondatori degli Stati Uniti e gli chiese  un prestito. E il famoso inventore, comico, attivista, scienziato, poeta, scrittore e uomo d’affari non ebbe esitazioni nell’accordarglielo, ponendo una sola condizione. La somma elargita non doveva essergli restituita ma imprestata a sua volta, a una persona che si fosse trovata in difficoltà.

Un processo che nel mondo anglosassone è chiamato “pay it forward“.

A prima vista parrebbe solamente una delle tante ed encomiabili iniziative di solidarietà nate dalla visione di un uomo illuminato. Ma proprio perché illuminato Franklin andò ben oltre, coinvolgendo il beneficiato in un progetto che lo trasformasse  da soggetto passivo in promotore di una moltiplicazione virtuosa.

Nel gesto originario di Franklin si legge un messaggio chiarissimo. Se io posso aiutarti è perché ho i mezzi per farlo. Tu, perché questo gesto non sia una goccia in un mare, devi poter fare, in futuro, lo stesso. Devi essere in grado anche tu poter aiutare qualcuno che un giorno potrà, e dovrà,  aiutare qualcun altro. La contingenza del mio gesto deve turare una falla che si è inaspettatamente aperta nella tua vita, non essere la goccia in un mare in cui tu vuoi galleggiare.

Un modo di vedere e vivere l’attenzione verso l’altro che, declinato nelle varie forme di intervento sociale, apre prospettive ben diverse dalla semplice carità, elemosina o assistenza di facciata a cui manca la sostanza di un processo strutturale o quanto meno in grado di riequilibrare le evidenti disparità.

Senza negare la valenza degli aiuti e delle opere di beneficienza, non possiamo nasconderci che la politica della semplice sussistenza  abbia, nel migliore dei casi, le gambe corte. Non voglio pensare ad un disegno preordinato che, grazie all’elemosina appena sufficiente, contrasta le possibilità di emancipazione dei meno abbienti, lasciandoli nella situazione di dipendenza e inferiorità originaria e quindi alla merce di chiunque gli appaia come il salvatore.

Ma non posso e non possiamo nasconderci che le politiche di solidarietà rivolte al semplice sostentamento sono insufficienti e probabilmente dannose.

Il medico che lenisce il dolore beneficia della gratitudine del paziente ma ne perpetua la dipendenza che solo la guarigione potrebbe spezzare.

Dare una coperta, un sacco a pelo o un giaciglio a un senza tetto non lo libera dalla sua condizione di necessità, rendendolo comunque parte, debole, ma pur sempre parte, di un processo che spesso ha cercato di fuggire e rifiutare.

E allo stesso tempo aiutare qualcuno senza chiedergli conto di questo aiuto, senza pretendere che cerchi di trasformarlo nel primo passo verso la soluzione dei propri problemi, senza metterlo nella condizione di farlo e di trovare una via di uscita, anche responsabilizzandolo, non rende la solidarietà utile a compiere quel salto in avanti indispensabile per raggiungere una convivenza più equa.

Dobbiamo come sempre usare il file di Excel, e non fermarci alla poetica e alla bellezza  di Word, e trattare ogni nostro gesto come tratteremmo e giudicheremmo un investimento. Solo l’attenzione a non disperdere le risorse, una sorta di ecologia della generosità può dare qualche frutto, liberare qualche schiavitù, moltiplicare qualche risultato.

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